teatrosannazaro

Prontuario della sparizione

in scena

dal 14 Aprile '21
spettacolo concluso

Regia
Giulio Nocera

con
Eugenia Delbue 
Domenico Ingenito

drammaturgia
Rosa Coppola 

Composizione e suono
Cosimo Abbate
Giulio Nocera

Progetto selezionato per la seconda fase di Biennale Teatro 2021.

Ciò che mi interessa è l’uomo del nostro tempo e la sua incapacità di abbracciare il mondo e attribuire
al mondo significato, trasformarlo in mito e in racconto. Mi interessa il processo di trasformazione, o se vogliamo di decadimento, dell’uomo: da eroe tragico impegnato in una ricerca di senso che lo vede sempre inserito all’interno di una comunità ad antieroe moderno, figura spezzata, claudicante, mostruosa, completamente sola nella sua ricerca che pare fallire prima ancora d’esser cominciata.
Domande apparentemente ciclopiche aleggiano: che cos’è essere uomini? quale senso per il nostro essere al mondo? chi è l’altro da me?


In questo mare vasto e pericoloso alcune figure della letteratura, più di altre, mi sono sembrate incarnare con potenza queste domande: Bartleby, lo scrivano imperturbabile di Herman Melville; il protagonista di ‘’Un uomo che dorme’’ di George Perec, che si autoconfina nella sua piccolissima casa mettendo in atto un programmatico rifiuto del mondo; e infine i due fratelli-coniugi di ‘’Casa Occupata’’ di Julio Cortazar che, relegati in una gigantesca e polverosa villa, vengono lentamente spinti fuori da una presenza invisibile che con militare progressione occupa tutto lo spazio vivibile. In tutti e tre i racconti c’è un indicibile, qualcosa che genera la tragedia (il rifiuto di vitalità di Bartleby e dell’uomo che dorme, la presenza invisibile di Casa Occupata) che non si può vedere, comprendere, afferrare, nominare. Qualcosa o qualcuno, un passato antico e notturno che è all’origine dell’implosione di questi anti-soggetti i quali, per dirla in parole semplici, non sanno più vivere.


Ecco dunque il nucleo da cui intendo cominciare il naufragio e l’interrogazione: uno spazio domestico (luogo archetipico, contenitore ancestrale, prima caverna) e due creature umane (un uomo e una donna) che non sanno più fare la vita e che decidono così di destinarsi ad un’auto reclusione, colti nel loro processo di crescita che pare interrotto.
Non intendo immaginare, programmaticamente, di descrivere l’impossibilità di un movimento vitale. Mi interessa interrogare, attraverso il teatro, questa palude che sembra avvoltolare l’esistenza degli uomini, e in particolare di quelli della mia generazione (troppo incerti per esser chiamati uomini e donne, ma evidentemente troppo grandi per esser chiamati giovani, aggettivo pericoloso che non fa che constatare linguisticamente che qualcosa s’è incastrato).


E’ possibile rifare il mondo daccapo? E se lo fosse quale lingua dovremmo utilizzare? Quali miti dovrebbero guidarci? Quali desideri permetterci di alzarci da letto ogni mattina? Chi è l’ospite invisibile e strisciante che viene a farci visita?
Nessun plot, nessuna storia è a questa altezza riferibile poiché quella, se emergerà, sarà il risultato di un lavoro di archeologia, di sollevamento della polvere.