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I Cavalli di Monsignor Perrelli con Peppe Barra

scherzo in musica in due tempi di
Peppe Barra 
Lamberto Lambertini

con
Patrizio Trampetti
Luigi Bignone
Enrico Vicinanza

scene
Carlo De Marino

costumi 
Annalisa Giacci

musiche 
Giorgio Mellone

regia
Lamberto Lambertini

coproduzione 
Tradizione e Turismo - Centro di Produzione Teatrale
Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro
A.G. Spettacoli



Note di scena

La decisione di riproporre questo spettacolo nasce dal desiderio di Peppe Barra e Lamberto Lambertini, dopo troppi anni di separazione, di lavorare nuovamente insieme. La scelta cade sull’antico Monsignore, perché questo giocoso, surreale, originale atto unico è un’incredibile materia prima, ancora aperta per una rinnovata messa in scena. Uno scherzo in musica in due tempi, nei canoni e nello stile comico ed elegante della commedia all’antica italiana. Uno spettacolo dal meccanismo antico e comicissimo.

Una “prova d’attore”, come si diceva un tempo, ma anche una prova d’amore verso l’arte del teatro, luogo rituale, dove l’Attore, immerso nel suo mondo, come un pesce nel suo acquario, possa trasformare i suoi incubi in un sogno condiviso. L’epoca è quella di Ferdinando IV di Borbone. Si dice che lo stesso re Ferdinando, e la regina Carolina, attendevano con ansia le visite del caro Monsignore, per cominciare la giornata con qualche sana risata. Fu così che nacque la leggenda di Monsignor Perrelli, qui interpretato da Patrizio Trampetti. Un uomo di chiesa, ma anche un eccentrico uomo di scienza, che spiattellava invenzioni stupefacenti, impossibili, al limite della cretineria, che sono diventate il corpo leggendario della vita di quell’involontario portatore sano di pura, infantile follia, che racchiudeva, nel bene e nel male, le caratteristiche dell’aristocratico campagnolo al tempo del Borbone. In questo spettacolo viene messo in rapporto, e contrasto, con Meneca, la sua fedele perpetua, vittima rassegnata delle sue stramberie, interpretata da Peppe Barra, travestito da donna per la prima volta dopo i tempi della Gatta Cenerentola, la quale, stremata dalle continue imbecillità, o vizi, come quello del cibo, del suo padrone, si sfoga, a tu per tu con il pubblico in sala, con irresistibili monologhi. Ma, come accade in ogni coppia che si rispetti, continuerà ad accudirlo con le sue amorose attenzioni, tenendolo al laccio con la sua arte culinaria di schietta tradizione campana. 

Monsignore ha la testa tra le nuvole, Meneca ha i piedi per terra, due esseri distanti e vicinissimi. I costumi e le scene, di Carlo Demarino, con il Vesuvio che incombe, fumante ed eruttante, dal balcone della villa, i costumi, ricchi e giocosi di Annalisa Giacci, e la musica originale di Giorgio Mellone, rimandano scherzosamente a quegli anni del primo ottocento, quando la vita, come molti amano credere, scorreva leggiadra e serena, nel profumo appagante del mare e degli agrumi, nella gioia del cibo, nella dolcezza delle canzoni. Questo ambiente aiuta ad illuminare i giorni d’oggi con la forza liberatoria della risata che deriva dal nonsenso. Oltre ai due protagonisti, Peppe e Patrizio, complici fin dagli anni settanta di spettacoli colti e popolari, vi saranno altri due attori/cantanti, Luigi Bignone e Enrico Vicinanza, che dopo essere apparsi, nella prima scena, nei panni del Padre e della Madre di Monsignore, nel giorno della sua nascita, si rivestiranno d’altri costumi, soprattutto di cantanti di varie epoche napoletane e di diversi linguaggi musicali, con intermezzi canori originali e rari che affondano nel profondo labirinto della nostra memoria popolare e nobile. Uno spettacolo per grandi e per piccini, come si dice, con una sottile vena malinconica, dove la nostalgia non riguarda il passato, ma il futuro. Un requiem, scandito dai deliri di Monsignore, sempre con la testa per aria, ma con i piedi tenuti per terra dalla fedele, innamorata, Meneca. 

LA PRIMA EDIZIONE (1991) 

Il nostro spettacolo nacque nel 1991. Fu l’unico spettacolo senza Concetta Barra, per una sua piccola indisposizione, in tutti i dodici anni di creazioni della Compagnia di Peppe Barra e Lamberto Lambertini, lei sempre indomita protagonista). Gli interpreti erano Peppe Barra e Patrizio Trampetti. E così nacque, per il Festival di Benevento, questo duello teatrale tra due attori molto amici, che avevano consuetudine a tenere e a inventare insieme la scena, offrendo arte, risate e un po’ di malinconia. Quella divertita scrittura fu anche, e oggi ancora di più, un buffo autoritratto dei due autori, Peppe e Lamberto, ispirazioni primarie per Meneca e il Monsignore. 

APPUNTI DI CRITICA 

(E. FIORE, F. QUADRI, R. SALA, G. SERAFINI, G. GERON...) 

Peppe Barra, in elegantissima veste da camerino, reggendo tra le mani lo specchiolo del trucco, canta, sommesso, ad apertura di sipario, sul filo d’una musica sognante; e in quella sequenza struggente sospesa tra il pubblico e il privato, senza dubbio uno dei segni più intensi, commossi e commoventi del teatro degli ultimi anni, si riassumono tutti i temi e le connotazioni formali di questo spettacolo... 

In un dialogo di squisita napoletanità, Barra e Trampetti sono testimonianza di un genere anacronistico, la prova d’attore, cui negli ultimi anni troppi incapaci sono tornati con esiti disastrosi. Barra e il suo gruppo stanno dalla parte di coloro che hanno carpito i segreti della scena e tengono a mantenerne vivo il fuoco... 

E’ facile allora intuire che cosa sia capace di fare, all’interno di una dimensione del genere, nei panni di Meneca, il bravissimo Peppe Barra, il qual , oltre alle note e straordinarie doti tecniche ed espressive, qui mette in campo un’ironia crudele, da bambola piena di fiele, impedendo alla memoria di trasformarsi in sterile nostalgia... 

E proprio non si potrebbe immaginare un modo più intelligente e felice di questo escogitato da Lamberto Lambertini per rendere il nonsense delle affermazioni attribuite a Perrelli. Il tendere della prosa verso il canto significa anche agganciarsi alla dimensione di un puro gioco teatrale che, neutralizzando qualsiasi tentazione d’indagine storica, diventa memoria affettuosa, e percorsa da una lieve e a tratti malinconica poesia di un’epoca e di una cultura e di una tradizione scomparsa... 

Peppe Barra sembra uscire continuamente dal suo personaggio, per osservarlo dall’esterno, eppure lo ha cucito addosso come una seconda pelle. Ed egli è così convincente, che quando udiamo una signora, nella fila davanti alla nostra, chiedere al marito se Barra, in una scena esilarante, rida davvero, ci rendiamo conto che il massimo dell’artificio del teatro si è compiuto... 

Se Peppe Barra è a dir poco strepitoso negli abiti muliebri della vociante Meneca, la rivelazione dello spettacolo risulta per altro Trampetti, bravosamente invecchiatosi nel ritratto di un campione dell’assurdo ante litteram. Patrizio Trampetti ci propina in abito talare nonsensi fondati sull’interpretazione più letterariamente lapalissiana delle cose. Non smette il candido prelato di sperimentare invenzioni disarmanti, né di seminare catastrofi: moriranno infatti i suoi due cavalli nutriti d’acqua, e morirà lui stesso quando, credendosi incinto a causa di una pancia prominente, per abortire si butterà dalle scale. 

APPUNTI DI STORIA 

Ogni paese ha creato un suo proprio tipo a personificare la stupidtià: Milano ha Giordano, Roma ha Cassandro, Firenze ha Stenterello, Napoli ha Monsignor Perrelli. Cosi scrisse Alexandre Dumas. Alcuni Napoletani ancora dicono: Mi hai preso per i cavalli di Monsignore? I cavalli che morirono di fame, quando stava loro insegnando a campare di solo acqua. La scoperta che il mare è salato, perché è pieno di alici salate. E chi più ne sa più ne metta. Il popolo ha attribuito al Monsignore mille stramberie, perché ormai appartiene al mondo popolare, per questo fu subito catturato dal teatro napoletano e dal cinema che ne derivò. Tuttavia Monsignor Perrelli è realmente esistito. Pensate che Ferdinando IV, re Nasone, ogni mattina chiedeva: Su raccontate, cosa è uscito ieri dalla bocca del nostro Monsignore? Era per cominciare bene, in allegria la sua giornata. Così è potuto accadere che ogni scempiaggine che arrivava a corte, veniva attribuita a Monsignor Perrelli, anche dopo la sua morte. Croce fu il primo a studiarlo, a scovarlo. Molti altri ne scrissero, ma nessuno con le pagine bugiarde e appassionate del Corricolo di Alessandro Dumas.