
REC
D-istruzione per una storia virale
con Michele Brasilio, Ilaria Delli Paoli e Stefania Remino
scene Vincenzo Leone
regia Michele Brasilio
aiuto regia Marica Palmiero
CALENDARIO DEGLI SPETTACOLI
| lunedì | 22 marzo 2027 | ore 21:00 | |
| martedì | 23 marzo 2027 | ore 21:00 | |
| mercoledì | 24 marzo 2027 | ore 21:00 |
NOTE DI REGIA
Una madre è ferma in una stanza. Il suo corpo occupa spazio, consuma tempo, richiede attenzione. Attorno a lei, tre adulti condividono un appartamento che non è più
una casa ma un ambiente di permanenza forzata. I legami familiari non emergono dai gesti, ma dalle abitudini: turni, silenzi, micro-conflitti. Offline, la convivenza è una procedura. L’ingresso della telecamera introduce un ordine diverso. Ciò che prima era peso diventa funzione. Il corpo malato viene inquadrato, stabilizzato,
reso leggibile. La sofferenza non è più un problema da risolvere, ma un flusso da mantenere attivo. Online, tutto acquista una forma: la madre è contenuto, i figli sono
interfacce, la casa è uno spazio produttivo.
La ripetizione dei gesti costruisce un’apparente unità. Le tensioni non scompaiono, vengono archiviate. Ogni relazione è mediata dallo sguardo esterno: si esiste solo se
osservati. L’affetto non è richiesto, basta la continuità della trasmissione. L’offline si riduce a ciò che non viene registrato: pause inutili, errori, crolli.
Quando il corpo della madre inizia a deteriorarsi più velocemente del previsto, il sistema entra in crisi. La materia biologica non rispetta i tempi della narrazione. La possibilità della fine introduce una variabile incontrollabile: l’interruzione del flusso. A quel punto, la morte non è più un evento, ma un’opzione. Un contenuto finale. Un picco di visibilità. La famiglia è chiamata a decidere se fermarsi o continuare. Non per amore, non per pietà, ma per coerenza. Spegnere significherebbe restituire il corpo all’offline, accettare che qualcosa esista senza essere visto. Continuare significherebbe completare il processo: trasformare l’ultimo atto biologico in un dato condiviso.
In questo spazio chiuso, senza morale e senza intimità, la famiglia non è un luogo affettivo, ma un dispositivo.
Un sistema che funziona finché resta acceso.
SINOSSI
UIn un salotto logoro di una casa medio-borghese, tre adulti si fronteggiano come in un campo di battaglia domestico: Mattia, figlio pavido e schiacciato dal senso di colpa;
Bea, sorella feroce, stanca e lucida fino alla crudeltà; Nicole, moglie influencer, cinica e spregiudicata, capace di trasformare ogni tragedia in contenuto. Al centro, invisibile ma onnipresente, c’è la Madre: anziana, malata, allettata, ridotta a poche parole e a un corpo che chiede cure continue.
Il dilemma iniziale è semplice solo in apparenza: continuare ad assisterla in casa o affidarla a una struttura. Ma dietro la scelta esplode un conflitto feroce fatto di rancori
familiari, debiti morali, frustrazioni sessuali, ipocrisie sociali e una domanda che nessuno osa formulare apertamente: quanto vale la vita di una madre quando diventa
un peso?
Quando per caso un video della donna finisce sui social e diventa virale, la tragedia privata si trasforma in spettacolo pubblico. La madre, ridotta a icona involontaria,
diventa una macchina da like, follower e sponsorizzazioni. L’affetto si converte in strategia di marketing, la cura in produzione seriale di contenuti, la dignità in
monetizzazione. I tre scoprono che l’indignazione del pubblico è solo un’altra forma di consumo.
La spirale si fa sempre più oscura: dal ricatto emotivo si passa al ricatto economico, fino a una proposta indecente e definitiva — trasmettere in diretta la morte della madre. A quel punto il confine tra amore, sfruttamento e colpa si dissolve del tutto. Restano solo numeri, contratti e una coscienza che ognuno tenta di silenziare a modo proprio. “Contenuto sensibile” è una tragicommedia feroce e contemporanea che mette a nudo l’industria dell’emozione, il cinismo dei social e la fragilità dei legami familiari. Un testo che costringe lo spettatore a chiedersi fino a che punto, oggi, siamo disposti a spingerci pur di non guardare in faccia la morte. E noi stessi.



