
LE VERITÀ DI LUISA SANFELICE
Di Roberto Russo
Regia e spazio scenico Francesco Saponaro
Drammaturgia Ingrid Sansone, Francesco Saponaro, Federica Totaro
Canti e tammorra Federica Totaro
Violoncello Marco Di Palo
Costumi Canzanella
Sarta di scena Francesca Romano
Foto di scena Bruno Ciniglia
Ricerche storiche Elena Zannini
CALENDARIO DEGLI SPETTACOLI
| venerdì | 12 marzo 2027 | ore 21:00 | |
| sabato | 13 marzo 2027 | ore 19:00 | |
| domenica | 14 marzo 2027 | ore 18:00 |
Le verità di Luisa Sanfelice, scritto da Roberto Russo e cucito sul corpo e sulla voce di Ingrid Sansone, spoglia il mito storico dalla retorica risorgimentale ed eroica per restituire l’identità complessa di una donna combattuta tra pulsioni amorose, slanci politici e profonde contraddizioni.
Abbiamo voluto interpretare questa materia come uno stationendrama: una Via Crucis laica e profana, dove ogni stazione rivela una ferita. La cella della Sanfelice si fa antro di una mente febbrile che cerca un ultimo e disperato riscatto. Da un lato la memoria degli eventi cruenti della Rivoluzione Napoletana del 1799 – di cui fu forse suo malgrado epicentro drammatico – dall’altro una dimensione visionaria e romantica.
Luisa evoca, seduce, sfida e interroga i fantasmi del suo passato: l’ombra del Re Ferdinando di Borbone, quella dell’amante Enrico Colonna, lo spettro della congiura dei Baccher, la purezza intellettuale di Eleonora Pimentel Fonseca, fino a giungere al suo stesso carnefice, Tommaso Paradiso.
Il lavoro si muove lungo questo doppio registro, bilanciando il realismo spietato della prigionia con la disperata vitalità di un flusso di coscienza interiore. La Sanfelice non agisce come un’eroina da manuale politico; è, piuttosto, una martire delle passioni umane. Ed è proprio in questo suo patire che ci mostra la sua fragile figura simbolica e modernissima mentre il suo sguardo dà consistenza a presenze invisibili.
Lo spazio scenico, ridotto all’essenziale, amplifica la solitudine della protagonista che abita questa tensione lacerante con scarti improvvisi. La lingua oscilla tra un italiano formale e cortigiano – usato come scudo di una dignità da illustre cittadina – e un napoletano viscerale, ironico e disperato.
Il paesaggio sonoro scandisce il tempo di questa reclusione, spezzando il racconto con gli strappi drammatici del violoncello e il ritmo battente della tammorra. Tutto converge verso un crescendo finale, un calvario in cui Luisa rivolge la sua Sottomissione a Dio e al suo boia; non in segno di vile capitolazione, ma come atto di fiera e consapevole resa alla sua ineluttabile sorte.
Francesco Saponaro




