2084 – L’Anno in cui bruciammo Chrome

2084 – L’Anno in cui bruciammo Chrome
 

Un progetto di Marcello Cotugno e Nadia Carlomagno
Testo, regia, progettazione video e colonna sonora Marcello Cotugno
Con Francesco Cordella, Nadia Carlomagno, Graziano Purgante, Sveva De Marinis, Arianna Cremona, Onorina Della Rocca, Paolo De Vita
Voci fuoricampo Lino Musella, Valentina Acca
Luci Pasquale Mari
Costumi Irma Ciaramella
Scene Assunta La Corte
Aiuto regia e collaborazione alla drammaturgia Marta Finocchiaro, Arianna Cremona
Progettazione grafica e  video Francesco Domenico D’auria Gennaro Monforte
Direttrice di scena Fiorentina Mercaldo
Assistenti scenografi Alessandro Fraia, Giorgia Lauro
Produzione Acts Theater
Lo spettacolo ha debuttato nell’ambito del Ctf2022

L’azione si svolge in un futuro prossimo in una città imprecisata dell’Occidente. La Cina ha espanso la propria influenza economica, strappando definitivamente ai paesi occidentali la supremazia sul mercato mondiale ed esportando il proprio sistema di controllo sociale. Una sola app regola le vite delle persone: è un unico ecosistema digitale che raccoglie diversi social e consente l’accesso a ogni tipo di servizio e pagamento. La vita della collettività è disciplinata dai crediti sociali: ogni azione dei cittadini è controllata dal governo che assegna loro un punteggio, in base al quale ne stabilisce l’affidabilità. Il denaro contante non esiste più, le transazioni vengono fatte principalmente in euro e in π (PiGreco), una delle principali criptovalute in circolazione. Il lavoro – che si è evoluto quasi del tutto in modalità smart, accentuando la capillarizzazione delle competenze e il disgregamento sociale – è l’unica vera ragion d’essere degli individui: svaghi e vita emotiva sono soltanto brevi e contingentati momenti di pausa tra un turno e l’altro.

Gli NFT (oggetti digitali con un codice identificativo univoco) hanno quasi del tutto sostituito le arti figurative e plastiche. Il metaverso è diventato l’unico possibile orizzonte di relazione e rappresentazione, dove vivere esperienze altrimenti irrealizzabili.

L’ambiente dove si svolge la storia è un piccolo appartamento, sobrio e ordinato, minimale ma tecnologico. Il colore dominante è il bianco, simbolo del rigore delle regole imposto dal sistema. Sullo sfondo, un mega schermo dietro il quale, di tanto in tanto, apparirà, in trasparenza, uno dei protagonisti della storia e sul quale verranno proiettate le immagini provenienti dal metaverso. Nel piccolo appartamento vive la famiglia Donati. Perseo e Atria, lavoratori precari, cercano, con l’aiuto dello Stato, di uscire dalla soglia di povertà, traguardo che il governo cerca di incentivare i cittadini a raggiungere in tutti i modi possibili. Hanno due figli: Alhena, ventidue anni, e Izar, ventisette. Izar vive rinchiuso nella sua stanza. Dopo la laurea in ingegneria informatica ha lavorato per un paio d’anni in un’azienda, ma, dopo essere rimasto coinvolto in un grave episodio di cyber-crimine ai danni di un Ministero, è stato arrestato. Scontata la pena, sembra non essersi mai del tutto ripreso psicologicamente: oggi vive nel metaverso, alienato dalla società e lontano dalla famiglia, con la quale, sebbene conviva nella stessa casa, ha rapporti pressoché inesistenti. Sua sorella Alhena studia criogenetica all’università. Si paga gli studi lavorando come content creator su una app che le consente, attraverso un software di modifica del viso e della voce, di apparire molto più vicina agli standard di bellezza apprezzati dal suo pubblico. Insoddisfatta del proprio reale aspetto, sogna di modificarlo realmente, e di poter vivere lontano dalla famiglia. Per la famiglia Donati il quotidiano è scandito dai rapidi scambi e dalla poca comunicazione, frutto della mancanza di tempo, dello stress e della deprivazione del sonno causata dagli interminabili turni di lavoro e da una incessante presenza on-line. Un Quadro statale, corrotto e senza scrupoli, si offre finalmente di aiutarli a uscire dalla soglia di povertà, proponendogli un lavoro stabile: Atria come data-tagger, inserendo descrizioni di foto e video per il metaverso, Perseo come «spazzino di internet», anello più basso di un sistema concepito per cancellare dal web errori, fake news e contenuti soggetti a censura. Ma cosa chiederà in cambio? Alhena, intanto, comincia a pensare che una vita diversa è possibile. La ricerca tecnologica, unita alla dominante ideologia transumanista ha, infatti, dischiuso possibilità e evoluzioni del tutto nuove per il genere umano. È possibile cambiare il proprio involucro esterno a piacimento, trasferendo la propria identità da un corpo all’altro, grazie a speciali “mini-hard disk ”sistemati dietro la nuca, in grado di archiviare ricordi, emozioni e conoscenza. Questi corpi-involucri intercambiabili provengono da donatori prematuramente scomparsi. Si tratta però di una tecnologia ancora sperimentale, alla quale il governo ha rigidamente regolamentato l’accesso, alimentando così il mercato nero: un dark web dei corpi virtuali, dominato da organizzazioni criminali che vendono involucri di contrabbando. Izar, dal canto suo, rinchiuso nel suo mondo virtuale, sembra più felice della sorella. Forse perché nel metaverso ha incontrato Xe, una ragazza di cui si è innamorato. Anche lei è un hikikomori, ma la sua sensibilità e la sua spontaneità sono per Izar una boccata d’aria, una delle poche ragioni che lo tengono ancora attaccato alla vita. L’altra è la sua passione per la cybercultura, per il mondo del gaming e degli hacker. Il metaverso per Izar è l’unico orizzonte possibile, e Xe la risposta alle sue inquietudini. Vorrebbe incontrarla, ma per farlo dovrebbe superare il blocco che lo costringe in quella stanza e uscire nel mondo reale… Xe, però, non è stata del tutto sincera con lui. C’è qualcosa che Izar non sa di lei… L’equilibrio precario della famiglia deflagrerà in un finale inatteso. Sarà Izar a imprimere una svolta definitiva alle vite alla deriva dei Donati. E lo farà nell’unico modo che conosce: attraverso il proprio computer, creando un virus che contagerà e distruggerà l’intera rete.

 
NOTE DELL’AUTORE REGISTA
2084 può considerarsi come il capitolo conclusivo di una ideale trilogia sul futuro e sulla famiglia, due temi da me molto sentiti e che ho iniziato a esplorare sin dall’anno 2000. In quell’anno, infatti, scrissi e diressi Anatomia della morte di… (vincitore del premio “7 spettacoli per un nuovo teatro per il 2000”, indetto da Mario Martone, allora direttore del Teatro Argentina di Roma), un testo che analizzava il mal de vivere di un giovane uomo alle soglie del terzo millennio. L’aspra lotta con i genitori, rei di non comprendere le nuove generazioni, ma anche con la noia, malattia secolare dei cosiddetti figli di papà. La tecnologia, in Anatomia… era presente con due megaschermi collegati per tutta la durata dello spettacolo (con tecnologia ISDN), e rappresentava un ulteriore personaggio sulla scena, importante al pari degli attori protagonisti. Internet era il mezzo di ricerca che il miglior amico del protagonista utilizzava per cercare una traccia, un motivo per l’assurdo suicidio di Daniele Drago. Molti anni dopo, era il 2017, con Liquido affrontai lo stesso tema dal punto di vista dei padri, immaginando una famiglia in cui fosse il padre ad abbandonare le figlie colpevoli di aver contribuito, col loro cinismo, a rovinargli la vita.

Deus ex machina tecnologico era una apparentemente miracolosa terapia riabilitativa simile a quella, di origine militare, chiamata deprivazione sensoriale. Guido, il protagonista, dopo aver perso la moglie, ne fa uso in Giappone e la usa per prendere coraggio, tornare a Roma e abbandonare le terribili figlie. Vivrà i pochi anni che gli restano girando il mondo cercando di recuperare l’enorme tempo perduto. Con 2084 la ricerca è stata di tutt’altra matrice. Il progetto nasce come evoluzione del percorso di ricerca avviato da qualche anno nel Master in “Teatro Pedagogia e didattica. Metodi, tecniche e pratiche delle arti sceniche” dell’Università degli studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, diretto da Nadia Carlomagno che ha come scopo lo studio degli aspetti più profondi del teatro. Il focus è la ricerca teatrale e pedagogica che punta alla creazione della messa in scena di progetti originali di scritture e drammaturgie performative in una visione inter- agente, inter-codice e trasversale, che si avvale della non linearità nell’inter-azione tra i diversi domini e i diversi dispositivi. Partendo dall’ispirazione del titolo mutuata da Orwell, la mia scrittura si è nutrita di letture e visioni di un mondo che, sempre più, si sta avvicinando, temuto e deriso ma sempre più presente, nel nostro quotidiano: la Cina.

Libri come Red Mirror di Simone Pieranni, Snow Crash di Neal Stephenson o i documentari Stay Awesome China! Di Winston “SerpentZA” Sterzel, 24 City di Jia Zhangkee, sono state per me il volano per immergermi in un mondo lontano, quello cinese, affascinante e terribile, pieno di contraddizioni ma con una luce che tra mille ombre risplende. Da questo è nato un piccolo mondo narrativo, non così lontano, che prova a raccontare cosa potrebbe accadere in occidente tra soli sessant’anni. In 2084 il mondo occidentale è stato dunque culturalmente colonizzato dalla Cina, ed è un mondo dove i termini di uso comune sono stati trasformati dall’inglese al cinese, e dove lo stato impone un controllo massiccio sull’individuo seppur aiutandolo a uscire dalla soglia di povertà. È un mondo dove il metaverso e la tecnologia in generale hanno preso ancora più piede, generando nuovi hikikomori e promettendo un futuro sempre più statico e impersonale, in cui da casa si può fare veramente tutto e dove la ricerca di emozioni è facile quanto entrare in un Mc Donald’s e comprarsi un cheeseburger. In 2084, quindi, le tensioni familiari fanno da sfondo alla disumanizzazione della società, mettendo in luce l’amplificazione della differenza di classe e la difficoltà reale da parte di molte famiglie ad arrivare a fine mese. Perseo, Atria e i loro due figli, Izar e Alhena (nomi di quattro stelle), si dimenano in questo habitat che a tratti ci appare familiare e a tratti distopico e incomprensibile, cercando ognuno un senso e una direzione alle loro vite in bilico. Lo spettacolo cerca, nella sua cifra minimale, tra scena e sfondi bianchi, proiezioni video a tutto schermo provenienti dal metaverso di fondere dimensioni e stili teatrali, passando da quello relazionale delle scene di interno familiare, a quello brechtiano dei monologhi-racconto dei protagonisti, per arrivare ad astrazioni formali proprie di un certo teatro post-drammatico. Il tentativo è quello di non cercare di competere con l’audiovisivo, né di costringere il pubblico dietro visori di realtà virtuale, ma di mantenere viva la forma teatrale del progetto. La tecnologia, se c’è, non vuole stupire il pubblico con effetti speciali, ma semplicemente contribuire alla drammaturgia, amplificandone la profondità strutturale. Anche la ricerca musicale è stata di fondamentale importanza: la colonna sonora utilizza esclusivamente band e musicisti cinesi o comunque asiatici. Molti dei quali sono completamente sconosciuti in occidente, tanto che è complicato anche reperirne i supporti di diffusione.

Si va da Omnipotent Youth Society, un gruppo cult di Qinhuangdao (la città dove, dal mare, sorge la muraglia cinese) a Dj Desa e Isky Riveld, disk jockey indonesiani autori di una musica dance, il funkot, che ha radici nelle discoteche degli anni ’70, per finire a Dj TIK TOK, nomen omen.

 

Le scene sono state realizzate dagli allievi del Prof. Luigi Ferrigno docente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli: Assunta La Corte e Jia Chenghao, Fabio Cosimo, Alessandro Fraia, Gao Jing, Giorgia Lauro, Cecilia Marcucci, Wu Yongq, i costumi, ispirati alle creazioni del fotografo cinese Ren Hang, da Irma Ciaramella, le luci eleganti e minimali da Pasquale Mari. Alla progettazione video hanno collaborato Francesco Domenico D’Auria e Gennaro Monforte. Arianna Cremona, la mia auto regista, ha anche collaborato alla drammaturgia. Marta Finocchiaro e Fiorentina Mercaldo si sono occupate della tecnologia (drone) e della direzione di scena. Alla fine, nella mia visione di un futuro prossimo, rimangono solo tante domande, sulle aporie e le non-soluzioni proposte dal testo. Torneremo alla terra? Scompariremo in una sesta estinzione di massa come presagito da Elizabeth Colbert o riusciremo a trovare una integrazione tra ecologia e tecnologia? Per lo spettacolo ho realizzato una collezione di 84 NFT originali, ispirati ai personaggi in scena. È la prima volta che, in Italia, è stata realizzata una collezione di non fungible token abbinata a uno spettacolo teatrale. I disegni sono stati realizzati con un Samsung S22 e una S-Pen. Inoltre, le poesie di Xe sono state realizzate con l’ausilio di un’app di AI per la poesia, che elabora versi in base allo stile di poeti del passato. Anche la scena tra Xe e Izar è stata scritta con l’aiuto di una AI e registrata in una stanza virtuale tramite dei visori Oculus indossati dagli attori, i quali recitavano le scene vedendosi sottoforma di avatar

2084 si rivolge, tra gli altri, anche a un pubblico di giovanissimi, i quali non vi trovano rappresentati solo social e videogiochi come parti integranti della vita di tutti i giorni dei protagonisti, ma anche fenomeni nuovi e sempre più presenti nella realtà odierna, come metaverso, criptovalute, intelligenza artificiale, NFT, hikikomori. Si tratta dunque di uno spettacolo che si presta perfettamente all’eventualità di essere affiancato a un laboratorio per ragazzi, per cui verrebbero messi a disposizione dei visori per dare l’opportunità di sperimentare le mille possibilità che la tecnologia, se usata bene, ci regala. Affiancando le nuove scoperte a delle attività teatrali, saremmo in grado di avvicinare le generazioni più giovani al teatro, un’arte che va al passo coi tempi, che cambia, si trasforma in base allo sviluppo della società la quale, dopotutto, è formata dagli spettatori, sempre più giovani, sempre più connessi.

Condividi spettacolo

    Photos